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04 May seconda parte“La patente” di Luigi Pirandello→le maschere e la prigionia dell’uomo moderno →la concezione dell’esistenza in Pirandello→la crisi delle certezze e dei valori del positivismo→il primo dopoguerra →il biennio rosso→L’avvento del fascismo
LA PATENTE Commedia in un atto di Luigi Pirandello Personaggi
Rosario Chiàrchiaro Rosinella, sua figlia Il giudice istruttore D'Andrea Tre altri Giudici Marranca, usciere
Il giudice d'Andrea entra nel suo ufficio col cappello in capo e il soprabito. Reca in mano una gabbiola poco più grossa d'un pugno, va davanti ad una gabbia grande, ne apre lo sportello, poi lo sportellino della gabbiola e fa passare da questa nella gabbia grande un cardellino. Si leva il soprabito e lo appende insieme col cappello all'attaccapanni. Siede alla scrivania; prende il fascicolo del processo che deve istruire, lo scuote in aria con impazienza, sbuffa: Resta un po' assorto a pensare, poi suona il campanello e dalla porta si presenta l'usciere Marranca.
Marranca Comandi, signor Cavaliere!
D'Andrea Ecco, Marranca: andate al vicolo del Forno, qua vicino; a casa del Chiàrchiaro.
Marranca (con un balzo indietro, facendo le corna) Per amor di Dio, non lo nomini, signor cavaliere!
D'Andrea (irritatissimo, dando un pugno sulla scrivania) Basta, perdio! Vi proibisco di manifestare così, davanti a me, la vostra bestialità, a danno d'un pover'uomo. E sia detto una volta per sempre.
Marranca Mi scusi, signor cavaliere. L'ho detto anche per il suo bene!
D'Andrea Ah, seguitate?
Marranca Non parlo più. Che vuole che vada a fare in casa di... di questo... di questo galantuomo?
Locandina del film tratto da La patente di Luigi Pirandello interpretato da Totò. Gli direte che il giudice istruttore ha da parlargli, e lo introdurrete subito da me.
Marranca Subito, va bene, signor cavaliere. Ha altri comandi?
D'Andrea Nient'altro. Andate.
Marranca esce, tenendo la porta per dar passo ai tre Giudici colleghi, che entrano con le toghe e i tocchi in capo e scambiano i saluti col D'Andrea; poi vanno tutti e tre a guardare il cardellino nella gabbia.
Primo Giudice Che dice eh, questo signor cardellino?
Secondo Giudice Ma sai che sei davvero curioso con codesto cardellino che ti porti appresso?
Terzo Giudice Tutto il paese ti chiama: il Giudice Cardello
Primo Giudice Dov'è, dov'è la gabbiolina con cui te lo porti?
Secondo Giudice Eccola qua! Signori miei, guardate: cose da bambini! Un uomo serio...
D'Andrea Ah, io, cose da bambini, per codesta gabbiola? E voi, allora, parati così?
Terzo Giudice Ohè, ohè, rispettiamo la toga!
D'Andrea Ma andate là, non scherziamo! siamo in "camera caritatis". Ragazzo, giocavo coi miei compagni "al tribunale". Uno faceva da imputato; uno, da presidente; poi, altri da giudici, da avvocati... Ci avrete giocato anche voi. Vi assicuro che eravamo più serii allora! Tutto il bello era nella toga con cui ci paravamo, nella toga era la grandezza, e dentro di essa noi eravamo bambini. Ora è al contrario: noi, grandi, e la toga, il giuoco di quand'eravamo bambini. Ci vuole un gran coraggio a prenderla sul serio! Ecco qua, signori miei,
prende dalla scrivania il fascicolo del processo Chiàrchiaro
io debbo istruire questo processo. Niente di più iniquo di questo processo. Iniquo, perché include la più spietata ingiustizia contro alla quale un pover'uomo tenta disperatamente di ribellarsi, senza nessuna probabilità di scampo. C'è una vittima qua, che non può prendersela con nessuno! Ha voluto, in questo processo, prendersela con due, coi primi due che gli sono capitati sotto mano, e - sissignori - la giustizia deve dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo così, ferocemente, l'iniquità di cui questo pover'uomo è vittima.
Primo Giudice Ma che processo è?
D'Andrea Quello intentato da Rosario Chiàrchiaro.
Subito, al nome, i tre Giudici, come già Marranca, danno un balzo indietro, facendo scongiuri, atti di spavento e gridando:
Tutti e tre Per la Madonna Santissima! - Tocca ferro! - Ti vuoi star zitto?
D'Andrea Ecco, vedete? E dovreste proprio voi rendere giustizia a questo pover'uomo!
Primo Giudice Ma che giustizia! È un pazzo! Ha sporto querela per diffamazione, contro il figlio del sindaco, nientemeno, e anche contro l'assessore Fazio perché, dice, li sorprese nell'atto che facevano gli scongiuri al suo passaggio.
Secondo Giudice Ma che diffamazione se in tutto il paese, da almeno due anni, è diffusissima la sua fama di jettatore? Come condannare, in coscienza, il figliuolo del sindaco e l'assessore Fazio quali diffamatori per aver fatto, vedendolo passare, il gesto che da tempo sogliono fare apertamente tutti?
D'Andrea E primi fra tutti vojaltri?
Tutti e tre Ma certo! - È terribile, sai? - Dio ne liberi e scampi!
D'Andrea E poi vi fate meraviglia, amici miei, ch'io mi porti qua il cardellino... Eppure, me lo porto - voi lo sapete - perché sono rimasto solo da un anno. Era di mia madre quel cardellino; e per me è il ricordo vivo di lei: non me ne so staccare.
Si sente picchiare alla comune, e, poco dopo, Marranca sporge il capo
Marranca Permesso?
D'Andrea Avanti, Marranca.
Marranca (tutto tremante) Eccolo, signor cavaliere! Che... che debbo fare?
Primo Giudice Noi ce n'andiamo. A rivederci, D'Andrea!
Totò interpretò Rosario Chiarchiaro nel film tratto dalla commedia di Pirandello.
Scambio di saluti: e i tre Giudici vanno via.
D'Andrea Introducetelo.
Marranca (tenendo aperto quanto più può la comune per tenersi discosto) Avanti, avanti... introducetevi...
E come Chiàrchiaro entra, va via di furia. Rosario Chiàrchiaro s'è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere. S'è lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliata; s'è insellato sul naso un pajo di grossi occhiali cerchiati d'osso che gli danno l'aspetto d'un barbagianni, ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfia da tutte le parti, e tiene una canna d'India in mano col manico di corno. Entra a passo di marcia funebre, battendo a terra la canna ad ogni passo, e si para davanti al giudice.
D'Andrea (con uno scatto violento d'irritazione, buttando via le carte del processo) Ma fatemi il piacere! Che storie son queste! Vergognatevi!
Chiàrchiaro (senza scomporsi minimamente allo scatto del giudice, digrigna i denti gialli e dice sottovoce) Lei dunque non ci crede?
D'Andrea V'ho detto di farmi il piacere! Non facciamo scherzi via, caro Chiàrchiaro! - Sedete, sedete qua
Gli s'accosta e fa per posargli una mano sulla spalla
Chiàrchiaro (subito, tirandosi indietro e fremendo) Non mi s'accosti! Se ne guardi bene! Vuol perdere la vista degli occhi?
D'Andrea (lo guarda freddamente, poi dice) Seguitate... Quando sarete comodo... - Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene. Là c'è una sedia: sedete.
Chiàrchiaro (prende la seggiola, siede, guarda il giudice, poi si mette a far rotolare con le mani su le gambe la canna d'India come un matterello e tentenna a lungo il capo. Alla fine mastica) Per il mio bene? Per il mio bene lei dice... Ha il coraggio di dire per il mio bene! E lei si figura di fare il mio bene, signor giudice, dicendo che non crede alla jettatura?
D'Andrea (sedendo anche lui) Volete che vi dica che ci credo? Vi dirò che ci credo! Va bene?
Chiàrchiaro (recisamente, con tono di chi non ammette scherzi) Nossignore! Lei ci ha da credere sul serio, sul se-ri-o! Non solo, ma deve dimostrarlo istruendo il processo.
D'Andrea Ah vedete: questo sarà un po' difficile.
Chiàrchiaro (alzandosi e facendo per avviarsi) E allora me ne vado.
D'Andrea Eh, via! Sedete! V'ho detto di non fare storie!
Chiàrchiaro Io, storie? Non mi cimenti; o ne farà una tale esperienza... - Si tocchi, si tocchi!
D'Andrea Ma io non mi tocco niente.
Chiàrchiaro Si tocchi Le dico! Sono terribile, sa?
D'Andrea (severo) Basta, Chiàrchiaro! Non mi seccate. Sedete e vediamo d'intenderci. Vi ho fatto chiamare per dimostrarvi che la via che avete preso non è propriamente quella che possa condurvi a buon porto. Là nel processo, accusate come diffamatori due perché vi credono jettatore; e ora qua vi presentate a me, parato così, in veste di jettatore, e pretendete anzi ch'io creda alla vostra jettatura.
Chiàrchiaro Sissignore. Perfettamente.
D'Andrea E non pare anche a voi che ci sia contraddizione?
Chiàrchiaro Mi pare, signor giudice, un'altra cosa. Che lei non capisce niente e che lei è un mio nemico.
D'Andrea Io?
Chiàrchiaro Lei, lei, sissignore. Mi dica un po': sa o non sa che il figlio del sindaco ha chiesto il patrocinio dell'avvocato Lorecchio? E lo sa che io - io, Rosario Chiàrchiaro - io stesso sono andato dall'avvocato Lorecchio a dar tutte le prove del fatto: cioè che non solo io mi ero accorto da più di un anno che tutti, vedendomi passare, facevano le corna e altri scongiuri più o meno puliti; ma anche le prove, signor giudice, prove documentate, testimonianze irrepetibili, sa? ir-re-pe-ti-bi-li di tutti i fatti spaventosi, su cui è edificata incrollabilmente, in-crol-la-bil-men-te, la mia fama di jettatore?
D'Andrea Voi? Come? Voi siete andato a dar le prove all'avvocato avversario?
Chiàrchiaro A Lorecchio. Sissignore.
D'Andrea (più imbalordito che mai) Eh... Vi confesso che capisco anche meno di prima. Scusate... Siete andato a portare codeste prove contro di voi stesso all'avvocato avversario; perché? Per rendere più sicura l'assoluzione di quei due? E perché allora vi siete querelato?
Chiàrchiaro Ma in questa domanda appunto è la prova, signor giudice, che lei non capisce niente! Io mi sono querelato perché voglio il riconoscimento ufficiale della mia potenza. Non capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza terribile, che è ormai l'unico mio capitale, signor giudice!
D'Andrea (facendo per abbracciarlo, commosso) Ah, povero Chiàrchiaro, povero Chiàrchiaro mio, ora capisco! Bel capitale, povero Chiàrchiaro! E che te ne fai?
Chiàrchiaro Che me ne faccio? Come che me ne faccio? Lei, caro signore, per esercitare codesta professione di giudice - anche così male come la esercita - mi dica un po', non ha dovuto prendere la laurea? E dunque! Voglio anch'io la mia patente. La patente di jettatore. Con tanto di bollo. Bollo legale. Jettatore patentato dal regio tribunale.
D'Andrea E poi? che te ne farai?
Chiàrchiaro Che me ne farò? Ma dunque è proprio deficiente lei? Me lo metterò come titolo nei biglietti da visita! Ah le par poco? La patente! La patente! Sarà la mia professione! Io sono stato assassinato, signor giudice! Sono un povero padre di famiglia. Lavoravo onestamente. M'hanno cacciato via e buttato in mezzo a una strada, perché jettatore! In mezzo a una strada, con la moglie paralitica, da tre anni in un fondo di letto! e con due ragazze, che se lei le vede signor giudice, le strappano il cuore dalla pena che le fanno: belline tutte e due; ma nessuno vorrà più saperne, perché figlie mie, capisce? E lo sa di che campiamo adesso tutt'e quattro? Del pane che si leva di bocca il mio figliuolo, che ha pure la sua famiglia, tre bambini! E le pare che possa fare ancora a lungo, povero figlio mio, questo sacrificio per me? Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione di jettatore!
D'Andrea Ma che ci guadagnerete?
Chiàrchiaro Che ci guadagnerò? Ora glielo spiego. Intanto, mi vede: mi sono combinato con questo vestito. Faccio spavento! Questa barba... questi occhiali... Appena lei mi fa ottenere la patente, entro in campo! Lei dice, come? Me lo domanda - ripeto - perché è mio nemico! Perché s'ostina a non credere alla mia potenza! Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, ci credono! Questa è la mia fortuna! Ci sono tante case da giuoco nel nostro paese! Basterà che io mi presenti. Non ci sarà bisogno di dir niente. Il tenutario della casa, i giocatori, mi pagheranno sottomano, per non avermi accanto e per farmene andar via! Mi metterò a ronzare come un moscone attorno a tutte le fabbriche; andrò a impostarmi ora davanti a una bottega, ora davanti a un'altra. Là c'è un giojelliere? Davanti alla vetrina di quel giojelliere: mi pianto lì, mi metto a squadrare la gente così, e chi vuole che entri più a comprare in quella bottega una gioja, o a guardare a quella vetrina? Verrà fuori il padrone, e mi metterà in mano tre, cinque lire per farmi scostare e impostare da sentinella davanti alla bottega del suo rivale. Capisce? Sarà una specie di tassa che io d'ora in poi mi metterò a esigere!
D'Andrea La tassa dell'ignoranza!
Chiàrchiaro Dell'ignoranza? Ma no, caro lei! La tassa della salute! Perché ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo, signor giudice, d'avere qua in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta un'intera città! - Si tocchi! Si tocchi perdio! Non vede? Lei è rimasto come una statua di sale!
D'Andrea compreso di profonda pietà, è rimasto veramente come balordo a mirarlo.
Si alzi via! E si metta a istruire questo processo che farà epoca, in modo che i due imputati siano assolti per inesistenza di reato; questo vorrà dire per me il riconoscimento ufficiale della mia professione di jettatore!
D'Andrea (alzandosi) La patente?
Chiàrchiaro (impostandosi grottescamente e battendo la canna) La patente, sissignore!
Non ha finito di dire così, che la vetrata della finestra si apre pian piano, come mossa dal vento, urta contro il quadricello e la gabbia, e li fa cadere con fracasso.
D'Andrea (con un grido, accorrendo) Ah, Dio! Il cardellino! Il cardellino! Ah Dio! È morto... è morto... L'unico ricordo di mia madre... morto... morto...
Alle grida, si spalanca la comune e accorrono i tre Giudici e Marranca, che subito si trattengono allibiti alla vista di Chiàrchiaro.
Tutti Che è stato?
D'Andrea Il vento... la vetrata... il cardellino...
Chiàrchiaro (con un grido di trionfo) Ma che vento! Che vetrata! Sono stato io! Non voleva crederci e glien'ho dato la prova! Io! Io! E come è morto quel cardellino così, a uno a uno, morirete tutti!
Tutti (protestando, imprecando, supplicando, in coro) Per l'anima vostra! Ti caschi la lingua! Dio, ajutaci! Sono un padre di famiglia!
Chiàrchiaro (imperioso, protendendo una mano) E allora qua, subito - pagate la tassa! - Tutti!
I Tre Giudici (facendo atto di cavar danari dalla tasca) Sì, subito! Ecco qua! Purché ve n'andiate! Per carità di Dio!
Chiàrchiaro (esultante, rivolgendosi al giudice D'Andrea, sempre con la mano protesa) Ha visto? E non ho ancora la patente! Istruisca il processo! Sono ricco! Sono ricco!
FINE
ANALISI DELLA COMMEDIA “LA PATENTE”
In questo atto unico tratto dalla novella omonima, Pirandello fissa l'attenzione del pubblico su un nucleo: la sfortunata storia di Rosario Chiàrchiaro, un disgraziato padre di famiglia cui è stato misteriosamente attribuito il potere di iettatore. Licenziato dal lavoro in seguito a questa fama, al colmo della disperazione, egli non può vivere se non codificando la sua fama di jettatore, facendosi riconoscere ufficialmente come possessore di un potere funesto e invincibile e ottenere in tal modo la sua "patente" (nella foto, una scena della commedia che ritrae Chiarchiaro e il giudice D’Andrea). «La patente!» grida infatti il pover'uomo «Sarà la mia professione! Io sono stato assassinato, signor giudice! Sono un povero padre di famiglia. Lavoravo onestamente. M'hanno cacciato via e buttato in mezzo a una strada... con la moglie paralitica... e con due ragazze... Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a far la professione di jettatore...». Solo così, infatti, potrà guadagnarsi da vivere perché tutti, per tenerlo lontano, saranno costretti a pagargli una tassa. Nella "Patente" si ha dunque la denuncia di tutto un gioco di rapporti e preconcetti in cui la persona umana è inevitabilmente coinvolta: per sopravvivere l'uomo deve crearsi delle "apparenze". Sviluppato con assoluta efficacia anche in questa opera, è questo il punto focale della tematica pirandelliana: come Rosario Chiàrchiaro, ciascuno ha una maschera, un ruolo da giocare, maschera e ruolo che gli sono plasmati addosso dagli altri, dalla gente che gli vive attorno, maschera e ruolo cui nessuno può sottrarsi, perché il pregiudizio della massa non solo ha una parte importante nella vita del singolo, ma finisce per avere sempre il sopravvento. La tragedia dell'uomo è proprio questa: che per illudersi di vivere non ha altra risorsa se non d'affidarsi a questa maschera, a questa larva, come gli altri (o lui stesso) l'hanno foggiata. Quella "larva", quella maschera sociale accomuna tutti gli uomini in una situazione di angosciosa solidarietà perché sono tutti svuotati d'ogni vera realtà. Tema costante e fondamentale per l'autore in questa come in molte altre sue opere è dunque quello dell'impossibilità dell'individuo di avere un'identità; l'uomo non è uno, ma è tanti quante sono le sue relazioni con gli altri, costretto in una "forma" o "maschera" che gli altri gli attribuiscono. La storia del povero Rosario Chiàrchiaro, che cita in tribunale i suoi diffamatori non per ottenerne la condanna, ma per vedersi ufficialmente riconosciuta la qualifica di jettatore, appare decisamente grottesca e bizzarra; in realtà in questa novella Pirandello esprime il suo pessimismo e rivela grande comprensione e partecipazione al triste destino degli uomini. Chiàrchiaro è costretto nella "forma" dello jettatore dalla stupidità e dalla cattiveria dei suoi concittadini, e cerca di liberarsene in un modo del tutto inconsueto: non tenta, infatti, di uscire dalla forma, vuole, invece, renderla sostanza, vuole che sia la sua identità, perciò non sarà più jettatore per diceria, ma jettatore patentato dal regio tribunale, grazie alla patente da lui stesso richiesta. "La patente" è un esempio significativo di quel che possa in un piccolo centro la superstizione: un povero onesto uomo, per il casuale concorrere di circostanze fortuite, indicato dai più come jettatore, arriva alla più nera disperazione senza che alcuno si senta personalmente responsabile del danno irrimediabile arrecatogli. In questa novella risalta fortemente il confronto tra due caratteri bizzarri: il giudice istruttore D'Andrea e la "vittima" Rosario Chiàrchiaro. Il primo è un sognatore che indossa zelantemente la propria maschera quotidiana, il supplizio di amministrare la giustizia; il secondo, oltre la personale tragedia dello sdoppiamento vita-forma, propone un'esasperata logica di conciliazione degli opposti (intentare causa ai diffamatori e affermare la verità e la fondatezza delle loro convinzioni e, addirittura, fornire loro delle prove). Nella "Patente" è possibile individuare tre sequenze narrative fondamentali: la presentazione del carattere, degli atteggiamenti e della coscienza del giudice D'Andrea; il modo sofferto e problematico con cui il giudice pensa al processo di Chiàrchiaro; il colloquio tra il giudice e Chiàrchiaro. Nella prima sequenza il giudice rivela la profonda coscienza della distanza che c'è fra la vita come si vorrebbe che fosse e la tristezza e la banalità dell'esistenza quotidiana; nella seconda è affrontato il modo in cui organizzare il processo; nell'ultima la coscienza del giudice, accogliendo la logica paradossale della vittima, acquisisce, con maggior consapevolezza e drammaticità, quel contrasto iniziale e comprende che la società è malvagia e ognuno di noi è costretto a vivere in questa malvagità.
tutte le novelle per la V AIM“Il treno ha fischiato” di Luigi Pirandello→le maschere e la prigionia dell’uomo moderno →la concezione dell’esistenza in Pirandello→la crisi delle certezze e dei valori del positivismo→il primo dopoguerra →il biennio rosso→L’avvento del fascismo IL TRENO HA FISCHIATO...DI LUIGI PIRANDELLO Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d'ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall'ospizio, ov'erano stati a visitarlo. Encefalite. Febbre cerebrale . E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale. Morrà? Impazzirà? Mah! Ma che dice? che dice? Sempre la stessa cosa. Farnetica... Povero Belluca! E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell'infelice viveva da tant'anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso. Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare. Circoscritto... sì, chi l'aveva definito così? Uno dei suoi compagni d'ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz'altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d'un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi. Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, cosi per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po', a fargli almeno drizzare un po' le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S'era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com'era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte. Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d'una improvvisa alienazione mentale. *Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo ufficio. Già s'era presentato, la mattina, con un'aria insolita, nuova; e cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d'una montagna era venuto con più di mezz'ora di ritardo. Pareva che il viso, tutt'a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt'a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d'improvviso all'intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt'a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai. La sera, il capo ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte: Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un'aria d'impudenza, aprendo le mani. Niente, aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d'impudenza e d'imbecillità su le labbra. Il treno, signor Cavaliere. Il treno? Che treno? - Ha fischiato. Ma che diavolo dici? Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L'ho sentito fischiare... Il treno? Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo... Si fa in un attimo, signor Cavaliere! Gli altri impiegati, alle grida del capo ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi. Allora il capo ufficio che quella sera doveva essere il malumore urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli. Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s'era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch'egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo. Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all'ospizio dei matti. *Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva: E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d'un bambino o d'un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite; espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s'era mai occupato d'altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite. E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi: Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche cosa dev'essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest'uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l'avrò veduto e avrò parlato con lui. *Cammin facendo verso l'ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio: "A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita "impossibile", la cosa più ovvia, I'incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d'un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell'uomo è "impossibile". Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev'essere, appartenendo a quel mostro. Una coda naturalissima. '' *Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca. Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell'uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita. Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt'e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa. Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch'esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta. Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo. Signori, Belluca, s'era dimenticato da tanti e tanti anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva. Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d'una nòria o d'un molino, sissignori, s'era dimenticato da anni e anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva. Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l'eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d'addormentarsi subito. E, d'improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno. C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava... Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s'era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell'arida, ispida angustia della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L'attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l'immaginazione d'improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari... Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita " impossibile ", tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua soffriva, c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva cosi... c'erano gli oceani... Ie foreste... E, dunque, lui ora che il mondo gli era rientrato nello spirito poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l'immaginazione una boccata d'aria nel mondo. Gli bastava! Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S'era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d'un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva. Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l'altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia... oppure oppure... nelle foreste del Congo: Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato...
ANALISI DELLA NOVELLA “IL TRENO HA FISCHIATO”In un luogo e in un tempo non esplicitamente precisati, il protagonista, l'impiegato Belluca, è ricoverato all'ospizio perché ha dato segni di follia. Impiegato rispettoso e infaticabile, gravato da una penosissima situazione familiare, ha mancato improvvisamente ai suoi doveri, manifestando atteggiamenti sorprendenti di ilarità e trasgressione. Richiestagli la causa di una simile variazione comportamentale, fornisce una risposta incredibile: "Il treno ha fischiato". All'ospizio è visitato da un vicino di casa (il personaggio che funge da narratore) che capisce la portata dell'evento: il fischio del treno ha scosso l'abituale stordimento di Belluca inducendolo a ribellarsi allo squallore della propria vita. Nella novella sono assenti precisazioni geografiche. Infatti, più che di luoghi è preferibile parlare di "ambienti", intesi allegoricamente: l'ufficio e la famiglia rappresentano gli obblighi e i doveri che opprimono la sua esistenza, l'ospedale, in cui si perde la propria consueta identità, il momento di transizione tra il vecchio e il nuovo stile di vita, la “Siberia e le foreste del Congo”, presenti solo nella fantasia del protagonista, la possibilità di evadere dalla realtà. Belluca è il personaggio principale della vicenda: appare un uomo inetto alle gioie della vita, dedito unicamente all'adempimento dei propri doveri, succube degli ambienti che fanno da sfondo alle sue azioni: il lavoro, la famiglia, lo spazio esterno inteso come "mondo" al di fuori di lui. In questo ambito egli è incapace di agire secondo i desideri personali, ma si limita a mettere in atto, sebbene meticolosamente, quanto gli altri (il capufficio) pretendono da lui, o riescono a imporgli (le donne della famiglia). Belluca è passivo e apatico, pur essendo sempre e instancabilmente in attività. Belluca è definito "vecchio somaro, con tanto di paraocchi", è una "bestia bendata" che "girava la stanga del molino". Questo paragone evidenzia l'opacità della vita del protagonista e la sua incapacità a risolvere una situazione abbruttente. L'immagine che il paragone evoca, dell'eterno girare del somaro intorno al perno del mulino, sottolinea la condizione di perenne oppressione di una vita ripetitiva in cui al movimento del corpo corrisponde l'inerzia dell'animo. A tale vita "impossibile" segue, come "coda naturalissima", prosecuzione "naturale" di tale mostruosità, la reazione, quasi istintiva, all'evento del fischio del treno: un episodio in sé insignificante (come "un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d'un ciottolo per via") fa riaffiorare alla sua memoria e gli fa desiderare, se pure in un sogno fantastico, quel mondo che lo aveva sfiorato "un tempo" e che la vita lo aveva costretto a dimenticare. Il personaggio che all'interno del racconto ha il ruolo del narratore è un vicino di casa di Belluca: attraverso le sue parole e la sua guida il lettore capisce e interpreta la vicenda cogliendone le motivazioni profonde, e, più ancora, la sente e la soffre insieme a lui ("E il mio silenzio era pieno di dolore..."): potremmo definirlo un testimone pensoso e commosso. Nell'arco della narrazione il punto di vista non è costante, ma si alterna continuamente. La novella inizia annunciando che il protagonista, ancora non identificato, ha dato segni evidenti di squilibrio o quantomeno di alterazione del comportamento. In questa fase del racconto, la prospettiva, espressa prevalentemente attraverso il dialogo, è quella dei personaggi secondari: i medici, che parlano di febbre cerebrale, e i compagni di ufficio che avanzano svariate ipotesi: pazzia, encefalite, meningite. Già nella seconda sequenza però, emerge la voce del narratore (un personaggio ancora senza identità) il quale ipotizza che, "date le specialissime condizioni in cui quell'infelice viveva da tant'anni" il caso del Belluca "poteva anche essere naturalissimo" e il suo farneticare, che a tutti pareva delirio, poteva essere la "spiegazione più semplice di quel naturalissimo caso". È il narratore che introduce la metafora del “mostro”: non è la realtà ad essere inquietante, ma è la nostra incapacità di comprenderla, di inserirla in una struttura di causa-effetto e di necessità che ce la fa apparire "mostruosa". A differenza dei colleghi di Belluca, l'io narrante, l'unico in grado di dare un senso alle cose, riesce a "riattaccare" quell'orribile coda al legittimo proprietario. Paradossalmente la scoperta del mostro (l'intera verità) non spaventa il narratore, tutt'altro. E' l'ignoranza la vera nemica, e non la conoscenza della realtà, per quanto cruda essa possa essere (come la "prigione" di Belluca): da "mostruosa", la coda diviene "naturalissima", "qual dev'essere". Questo imperativo è sinonimo di armonia. La coda è l'unica che possa essere inserita nel mostro, è la sola che ci può sembrare giusta, lì e così com'è. Essa diventa sinonimo di un'armonica ed intonata leggerezza che è appunto la chiave di lettura per individuare la verità. Scoprendola, Belluca fa in modo che il pesante "sepolcro" che lo opprimeva venga "scoperchiato". Tutto a un tratto il protagonista si ritrova a "spaziare anelante nel vuoto arioso" grazie ad un "brivido elettrico" che gli dà la possibilità di "prendere una boccata d'aria" e di sentirsene "ebro". Pirandello affida dunque al narratore il compito di rivelare la verità: rivelatosi un vicino di casa di Belluca, riferisce quanto lo stesso Belluca gli ha detto durante l'incontro all'ospizio: in questa sequenza narrativa il narratore riporta il punto di vista, coincidente col proprio, del protagonista: il fischio del treno ha rappresentato dunque il varco improvviso, lo squarcio mentale in seguito al quale Belluca ha assunto piena dignità di individuo consapevole ponendosi in un rapporto nuovo con gli individui e col mondo. Tale giudizio rappresenta il giudizio dello stesso di Pirandello. La novella "Il treno ha fischiato" suscita un particolare interesse sia per l'originalità del contenuto sia per la strategia narrativa che informa per gradi il lettore sugli antefatti. L'autore si è avvalso di elementi in grado di suscitare curiosità e attesa e quindi tensione e sospensione emotiva. L'enigma nasce dalla vicenda stessa di cui il lettore viene per gradi a conoscenza: l'anomalo comportamento di Belluca nel presente, la sua condotta esemplare in passato. La stessa interpretazione dei fatti, inizialmente a più voci, non chiarisce, anzi complica l'enigma. Infatti da un lato l'avvio della vicenda in medias res con le supposizioni dei colleghi sulla presunta pazzia di Belluca, dall'altro le anticipazioni del narratore-testimone che al contrario definisce "naturalissimo" il singolare comportamento del protagonista, stimolano una curiosità che nasce dal divario tra le ipotesi dei colleghi ignari e la verità a cui il narratore allude con alcune anticipazioni (indizi), ma che ancora non svela. Altro elemento che acuisce la curiosità del lettore è la formula "il treno ha fischiato", presente fin dal titolo, che sembra inizialmente non aver niente a che fare con la vicenda. Questa formula, più volte ricorrente, assume un valore particolare: il lettore percepisce che questo è un indizio che può avviarlo alla soluzione dell'enigma, anche se di per sé la notizia che un treno ha fischiato, senza una collocazione precisa in un contesto e senza che nulla trapeli del suo significato, fa sì che il lettore sia incapace di intuirne completamente il senso, svelato solo al termine della novella.
Due categorie presiedono al racconto: quella del caso e quella della soggettività. Il caso La vita sembra essere dominata dal caso: perché è così disperata l'esistenza di Belluca? Quali scelte gli si devono addebitare? Perché il fischio di un imprecisato treno determina una svolta nella sua mente? E perché fra i tanti, quel fischio, di quel treno e in quella sera? E perché un fatto così banale assume tanta rilevanza? Le domande non hanno risposta. La soggettività Gli eventi hanno valenze simboliche e sono soggettivamente vissuti. Non valgono in sé, ma per la risonanza che determinano nell'individuo che li vive. E' così che un fatto casuale e banalissimo come il fischio di un treno assume il valore di un unico irripetibile evento, definito "un brivido"... "un cataclisma"... che "gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la miseria" in cui viveva. Belluca, oggetto passivo del destino, si riappropria del mondo, che gli rientra dentro: "tutto il mondo, dentro d'un tratto"; egli accetta infine il suo ruolo con nuova consapevolezza: questo lieto fine non modifica la realtà dell'esistenza di Belluca, ma ne modifica il suo modo di viverla e affrontarla. Nel racconto possiamo cogliere due momenti: · il momento dell'alienazione: Belluca, reificato (fatto oggetto), subisce passivamente gli ineluttabili casi del destino; · iI momento della reintegrazione: sopporta la vita che gli è data reintegrandosi, se pure mentalmente, nel mondo; "s'era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt'intorno".
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